Saturday, August 12, 2017

of the imbalance of expat living -- sullo squilibrio della vita expat


So I am very sensitive about all things expat
I get particularly upset when it’s people who’ve never stretched one single toe outside of their comfort zone, who get judgmental.
In a post by Australian expat-blogger, Kristy Rice called WHAT DO YOU DO ALL DAY? she recounts the time when, due to a broken ankle while her family was posted overseas, she suddenly had to delegate all her duties and responsibilities to her lovely husband.
The title of the posts cleverly refers to the general belief that expat wives have nothing to do. But once her husband finds himself in her shoes, he suddenly realizes that there is much more than Starbucks meet-ups with friends occupying Kristy’s life.
In her balanced, lovely style, Kristy serves up a constructive happy ending. She finishes with a smile, and so did I.
Until I read some of the comments.
Many are cute, but then the usual smartass who cannot help but pass judgement, had to deliver her sermon.

“This article reminded me of how much I don’t want this lifestyle…”

Fair enough, you need to be cut for it anyway.

“I’m hoping that by better balancing work and life for both of us, one wouldn’t be so overwhelmed, frustrated and clueless if something were to happen to the other.”

That’s when the giggle started…

“I want both of us to be able to manage both home and work

I was rolling around the floor with laughter by now.

“So, this is a good cautionary tale of how not to set up my life.”

At this point I turned blue and an ambulance had to be called.

Cautionary tale my ass, lady. This is expatriate living, nothing is balanced, there is no balance, it’s like those zero-gravity planes, it’s a mess of bodies and random objects floating around and sometimes bumping into each other to exchange the blame and try to recap, and then it’s off again.
Whichever way you “want to set up your life”, once the expat curse strikes, it’s all just up to the good old saying:   THE ROAD TO HELL IS PAVED WITH GOOD INTENTIONS.

Expatriate living is based on the principle of the supporting spouse. SUPPORTING.
Like the Wonderbra, which stays hidden, but keeps everything up and plump.
Like the trapeze artists’ safety net, stretched out to its limit to be ready in case something happens.
Like Michael Collins, never heard about him, right? But everybody knows Armstrong and Aldrin, of course! They were the lunar expat-husbands getting all the glamour and attention, Mr. Collins was the lunar expat-wife, the one who circled the moon on the Command Module waiting for the other two to be done with their show-off leaps and other acts of bravery, to catch them and bring them safely back to earth.


Except expatriate husbands hardly ever want to come back to earth.

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Sono molto sensibile riguardo a tutto ciò che riguarda noi expat. Me la prendo particolarmente quando sono quelle persone che non hanno mai messo nemmeno un dito al di fuori della propria comfort zone a cagar sentenze.
Seguo una expat-blogger australiana, Kristi Rice. In uno dei suoi post, intitolato MA COSA FAI TUTTO IL GIORNO? racconta di quando, durante un’assegnazione internazionale, a causa di una caviglia rotta, si era vista costretta a delegare tutte le sue responsabilità famigliari al marito.
Il titolo del post si richiama all’opinone generale che le mogli expat non abbiano assolutamente niente da fare. Quando però suo marito si è visto costretto a sostituirla, si è reso conto che le giornate di Kristi erano fatte di ben altro che non pomeriggi da Starbucks con le amiche.
Nel suo solito stile obbiettivo e bilanciato, Kristi giunge ad una conclusione costruttiva della vicenda. Finisce con un sorriso, e così ho fatto anch’io leggendo il suo post.
Finché non ho letto i commenti.
La maggior parte sono carini, ma poi la solita secchia che non può fare a meno di impartire lezioni di vita, ha dovuto dire la sua.

“Questo articolo mi ha ricordato quanto io non desideri assolutamente questo tipo di vita.”

Vabbé, mica tutti ci sono tagliati.

“Spero che trovando un equilibrio migliore tra lavoro e vita (privata) per entrambi, non ci troviamo mai nella situazione di essere così spiazzati, se succedesse qualcosa ad uno dei due.”

E qui ho iniziato a ridacchiare.

“Voglio che entrambi ci occupiamo in egual misura del lavoro e della casa.”
E giù a rotolarmi per terra ridendo istericamente.

“Quindi questa storia è un ammonimento su come non vorrei mai organizzare la mia vita.”

A questo punto ero diventata viola e si è dovuto chiamare un’ambulanza.

Cara ragazza, dimentichi che stiamo parlando di vita expat, non esiste equilibrio, è tutto sbilanciato, è come in quegli aerei che volano in assenza di gravità, un casino di corpi e oggetti sospesi per aria che a volte per caso si incrociano, si danno la colpa a vicenda, cercano di fare il punto della situazione e poi ripartono.
In qualunque modo tu voglia “organizzare la tua vita”, una volta che la maledizione expat ti becca, l’unica legge che vale è il famoso detto secondo cui LE STRADE DELL’INFERNO SONO LASTRICATE DI BUONE INTENZIONI.

La vita expat si basa sul principio del coniuge di supporto.
DI SUPPORTO!
Come il reggiseno imbottito, che sta nascosto ma tiene su tutto.
Come la rete di sicurezza dei trapezisti, stirata al limite delle sue possibilità per essere pronta nel caso che succeda qualcosa.
Come Michael Collins, mai sentito nominare, vero? Ma tutti naturalmente conoscono Armstrong e Aldrin! Loro erano i due mariti-expat, quelli che si godono le lodi e le attenzioni di tutti, mentre Mr. Collins era la moglie-expat, quella sospesa in orbita nel Modulo di Comando in attesa che gli altri due la finissero di pavoneggiarsi coi loro balzi lunari e altre prodezze per poterli riacchiappare e riportare indietro al sicuro a terra.

Solo che putroppo i mariti expat raramente vogliono rimettere i piedi per terra.

(pic by me, all rights reserved)



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